PROFUGHI PALESTINESI IN LIBANO

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Il 1948 fu l’anno della ‘Nakba’ (la catastrofe) per i palestinesi. Segnò, infatti,  l’esodo di circa 750.000 persone verso i Paesi limitrofi, spinte da intimidazioni e violenze durante la guerra arabo-israeliana seguita alla fondazione dello Stato di Israele. Negli anni successivi, altri eventi hanno accresciuto il numero dei profughi iniziali e oggi si stimano circa 7 milioni di rifugiati palestinesi nel mondo.  
Secondo i dati UNRWA, agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’assistenza dei profughi palestinesi, circa 479.000 sono registrati in Libano, di cui il 45% nei 12 campi profughi ufficiali e il resto nei 45 insediamenti  informali sparsi sul territorio. I campi ufficiali sono aree di circa un chilometro quadrato, costruiti da UNRWA nei primi anni ’50 quando fu chiaro che ai palestinesi non sarebbe più stato concesso di rientrare nella loro Terra. I campi sorgono su terreni presi in concessione dal Governo libanese per 100 anni e vi risiedono, tuttora, i profughi originari ancora in vita e i loro discendenti, ormai di quarta generazione. L’aumento della popolazione è stato contenuto espandendo in altezza, là dove possibile, i fatiscenti edifici dell’epoca.

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Nei campi, che da temporanei sono diventati permanenti, le infrastrutture e i servizi sono al limite della sopravvivenza. Gli edifici molto ravvicinati impediscono ai raggi solari di entrare nelle case lasciandole umide e buie,  i cavi elettrici che si intersecano ad altezza uomo con le tubature gocciolanti talvolta provocano folgorazioni, le aree  verdi inesistenti privano i bambini dello spazio vitale e il carente servizio di prelievo dei rifiuti rende l’aria insalubre. Inoltre non viene fornita acqua potabile, in alcuni campi l’acqua di mare non è desalinizzata, e l’energia elettrica fornita dal governo saltuariamente, è integrata da generatori rumorosi e inquinanti. 
Queste condizioni abitative, unite alla malnutrizione causata dai redditi esigui e dalla forte disoccupazione, fanno sì che l’aspettativa di vita sia molto bassa e che abbondino i problemi di salute, le malattie croniche e gli stress psicologici.

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Le difficoltà della vita quotidiana dei palestinesi in Libano non risiedono solo nelle condizioni abitative, ma soprattutto nella mancanza di diritti sociali e civili. Il diritto al lavoro li esclude dall’esercizio, ora, di 39 professioni tra le quali il medico, l’avvocato, l’ingegnere, l’architetto. Le opportunità lavorative rimangono quelle legate all’agricoltura, all’edilizia, all’insegnamento nelle scuole per i palestinesi, a mestieri umili come l’idraulico, l’elettricista e per le donne i servizi di pulizia. La previdenza sociale per gli occupati è limitata solo alla liquidazione di fine lavoro e non comporta tutti gli altri benefici, quali la salute, la pensione, la maternità, l’assicurazione contro gli infortuni. 
La salute è affidata agli ambulatori UNRWA all’interno dei campi, la copertura sanitaria è gestita con un sistema di rimborsi percentuali fissati in un prontuario di riferimento e l’accesso agli ospedali è consentito solo in quelli individuati per i palestinesi. Il ricorso alle strutture ospedaliere private libanesi ha costi notoriamente proibitivi, non alla portata dei palestinesi. 
Le scuole, interne ai campi, sono gestite da UNRWA con classi di 50 bambini e l’ora di 50 minuti. 
Anche il diritto alla proprietà è stato negato ai palestinesi da una legge introdotta nel 2001, per cui il palestinese proprietario di un appartamento acquistato precedentemente non può trasmetterlo agli eredi. Alla sua morte l’immobile viene requisito dallo Stato libanese.

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La situazione dei rifugiati palestinesi si è ulteriormente deteriorata negli ultimi anni per la crisi economica, politica e finanziaria che attraversa il Libano. Il default dichiarato dal Paese, il deprezzamento della lira libanese disancorata dal dollaro, l’incremento dei prezzi e la corruzione della classe politica,  hanno dato luogo a forti movimenti di protesta della società libanese iniziati nell’ottobre 2019. A complicare il quadro, già esplosivo, è sopraggiunta l’emergenza Covid-19 e l’esplosione al porto di Beirut nell’agosto 2020.